Kintsugi di Teresa Carnuccio: l’arte di riparare le ferite con l’oro

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Kintsugi è l’antica usanza giapponese di riparare le crepe di oggetti, di ceramica o terracotta, utilizzando oro o argento. Metalli prezioso che sortiscono il doppio effetto di impreziosire suppellettili altrimenti comuni e di dar loro un valore artistico. Ogni crepa avrà un’inclinazione e una venatura diversa dettate dalla casualità con il risultato di renderli pezzi unici. Una pratica che parte dall’assunto che ogni imperfezione e ogni ferita è un passo verso il raggiungimento della propria realizzazione estetica. La fotografa napoletana Teresa Carnuccio ha applicato questo principio alle vicende dall’animo umano e lo ha impresso attraverso la raccolta fotografica “KINTSUGI_ Riparare con l’oro”: «È stato un modo per celebrare le battaglie che l’anima ha dovuto affrontare, di accettare ed onorare le cicatrici che l’hanno resa più preziosa e completa», dice.

Teresa Carnuccio Kintsugi III

Dieci fotografie realizzate attraverso un linguaggio estetico che buca le coordinate spaziotemporali e tiene sospesi, soggetto e osservatore, in un mondo onirico dal quale è difficile distaccarsi. Una fotografia narrativa che passa attraverso un minuzioso lavoro in studio: «Per me la fotografia non è uno scatto rubato, ma un’immagine creata, immaginata fin nei minimi dettagli. Quasi tutti i miei progetti sono stati prima disegnati più volte, sotto forma di schizzo, e poi lasciati sedimentare a lungo, tanto che la fase di scatto, che in genere si risolve in qualche ora, è la più breve del mio processo creativo». Questo tipo di dinamica non può non scaturire da un processo di autoanalisi interna, dove il primo soggetto che si mette in discussione è proprio quello dell’artista: «La gran parte delle mie foto sono autoritratti. Guardare alle mie ferite, alla mia vulnerabilità, attraverso la macchina fotografica, mi consente di vederle dal di fuori, di universalizzarle e di percepirle come una condizione condivisa, di sentirmi in qualche modo meno “diversa”».

Teresa Carnuccio Kintsugi V

Nelle sue fotografie è possibile leggere le ferite di ognuno di noi, le ombre che ci hanno segnato ma che infondo ci hanno reso quello che siamo: «Vorrei che chi guardasse le mie foto si sentisse un po’ meno solo, più compreso». In fondo non è questa una delle funzioni dell’arte?

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